mercoledì 16 dicembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE TREDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.


(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(La Dodicesima Parte è consultabile QUI)

Il Pensiero degli Scienziati circa la presenza di Dio.


Krishna dice nella Bhagavad gita:

Sarvasya caham hrd isannivishto
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham

“Sono nel cuore di ogni essere vivente e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l'oblio. Il fine di tutti i Veda e quello di conoscerMi. In verità Io sono colui che ha composto il vedanta e sono colui che conosce i Veda”. Bhagavad-Gita 15.15.

E da Quella fonte che arriva la conoscenza più profonda, quella che non può essere compresa sul piano logico razionale che caratterizza il metodo scientifico. Nel caso dell'approccio empirico alla conoscenza la rappresentazione della realtà viene fornita attraverso la formulazione di modelli che in qualche modo cercano definire la struttura della materia in un determinato contesto. Si pensi al caso della Fisica classica. La formulazione teorica è stata dimostrata essere vera solo in determinati contesti, ma non in altri e per questo sé stato necessario formulare nuovi modelli (come la teoria della relatività di Einstein o la meccanica quantistica). Ma si pensi anche ai vari modelli dell'atomo che si sono succeduti nel corso del tempo. Il modello di Bohr è stato successivamente rimpiazzato dal modello di Schrödinger in quanto insufficiente. Questi modelli sono definiti a causa di una mancata comprensione della vera natura della realtà. L'approccio analogo vedantico è chiamato jnana-yoga o aroha-pantha. Certamente, attraverso questo metodo, per uno scienziato sincero e senza pregiudizi, è possibile arrivare alla conclusione che la materia non è la realtà ultima ma che esiste qualcosa di ulteriore, di trascendente, che nella cultura vedantica è rappresentato con la forma impersonale di Dio. Ad esempio Heisenberg disse:

“Certamente come scienziati compiamo errori nelle nostre teorie scientifiche, e ci vorrà ancora del tempo prima che questi errori saranno trovati e corretti. Ma possiamo essere sicuri che ci sarà una decisione finale di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Tale decisione non dipenderà dalla credenza del singolo, dalla sua razza o dall'origine dello scienziato, ma sarà presa da una potenza superiore e sarà applicata agli esseri di ogni tempo … Esiste una coscienza superiore, non influenzata dai nostri desideri, che in ultima analisi decide e giudica.”

Mentre Max Born affermò:

“Ho visto in esso (l'atomo) la chiave dei segreti più profondi della natura, e mi ha rivelato la grandezza della creazione e del Creatore”

Anche Einstein percepiva la presenza di un'armonia globale:

“Io credo nel Dio di Spinoza che si rivela nella ordinaria armonia di ciò che esiste, non in un Dio che si preoccupa del fato e delle azioni degli esseri umani.”

E ancora:

“Una volta in risposta alla domanda: «Lei crede nel Dio di Spinoza?», Einstein rispose così: «Non posso rispondere con un semplice sì o no. Io non sono ateo e non penso di potermi chiamare panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino piccolo che entra in una vasta biblioteca riempita di libri scritti in molte lingue diverse. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri. Egli non conosce come. Il bambino sospetta che debba esserci un ordine misterioso nella sistemazione di quei libri, ma non conosce quale sia. Questo mi sembra essere il comportamento dell'essere umano più intelligente nei confronti di Dio. Noi vediamo un universo meravigliosamente ordinato che rispetta leggi precise, che possiamo però comprendere solo in modo oscuro. I nostri limitati pensieri non possono afferrare la forza misteriosa che muove le costellazioni. Mi affascina il panteismo di Spinoza, ma ammiro ben di più il suo contributo al pensiero moderno, perché egli è il primo filosofo che tratta il corpo e l'anima come un'unità e non come due cose separate (Brian, Einstein a life, 1996, p. 127).”

“Chiunque sia seriamente impegnato nello studio delle sottili leggi che regolano l'universo si convince che uno spirito è manifesto in esse, uno spirito vastamente superiore a quello dell'uomo (The Expanded Quotable Universe, ed. Alice Calaprice, 2000, originariamente citato in una lettera ad uno studente che chiedeva ad Einstein se uno scienziato prega – Einstein Archive)”

Nel complesso, quindi, Einstein credeva in un Dio impersonale presente nella natura (pur senza identificarsi con essa) in modo misterioso. Fu accusato anche per questo di ateismo dal vescovo di Boston O'Connell e ne soffrì molto. Einstein non ha avuto la possibilità di studiare teologia o spiritualità, tuttavia, proprio grazie alla sua intelligenza acuta, ha potuto comprendere l'esistenza di uno spirito che penetra e sostiene l'universo, e ne regola quindi le geometrie e le leggi perfette (il dharma), e soprattutto ha compreso benissimo che ci sono tante cose nell'universo che non possono essere afferrate sul piano logico-razionale. La nostra intelligenza, non può da sola afferrare l'aspetto profondo del Divino e la sua più intima natura.

Questi sono giusto alcuni esempi di molti che se ne potrebbero fare di come attraverso lo studio analitico del funzionamento della natura materiale e delle sue leggi sia possibile percepire una ulteriorità, una forma di intelligenza che regola tutto il creato, ma anche come tale conclusione comunque sia parziale ed incompleta. Nella Bhagavad Gita Krishna spiega che al fine di conoscere la vera natura della realtà oltre il piano fenomenico tutti gli approcci che non includano la bhakti (il servizio devozionale) sono incompleti e non porteranno mai alla vera conoscenza:

Bhaktya mam abhijanati
Yavan yash casmi tattvatah
Tato mam tattvato jnatva
Vishate tad-anantaram

“Soltanto col servizio devozionale è possibile conoscere Me, il Signore Supremo, così come sono. E quando si diventa pienamente coscienti di Me grazie a questa devozione si può entrare nel regno di Dio”. Bhagavad Gita XVIII.55

In precedenza è stato spiegato che secondo il Vedanta Dio può essere percepito secondo tre differenti modalità: Brahman, Paramatma, Bhagavan. Gli scienziati del livello di Heisenberg e Einstein, dall'alto della loro intelligenza e conoscenza, sono arrivati a percepire il Brahman, che è solo una modalità della realtà trascendente, ma non la definisce completamente. Come spiega Krishna, solo il servizio devozionale (bhakti-yoga) porta a conoscere il trascendente nella Sua forma completa e personale (Bhagavan). Anche Kant nella sua opera “Critica alla ragion pura” ha evidenziato come il ragionamento empirico sia insufficiente per spiegare una realtà trascendente e personale, ma certamente può portare ad intuire la presenza di un'intelligenza superiore, come avvenuto per Einstein e altri eminenti scienziati. Ma per fare il passo decisivo occorre andare oltre e trascendere il piano della ragione integrando la conoscenza che non può arrivare dai sensi limitati (incluse la mente e l'intelligenza), con una conoscenza interiore che porta a realizzare il divino in noi e la stretta relazione di amore che ci lega.

giovedì 10 dicembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE DODICESIMA).
A cura di Andrea Boni.

(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(L'undicesima Parte è consultabile QUI)


I metodi per ottenere la conoscenza secondo il Vedanta.
L'epistemologia Vedantica indica che l'acquisizione della conoscenza è possibile in tre differenti modi: (1) attraverso la percezione dei sensi (pratyaksha), (2) attraverso l'inferenza (anumana), e (3) attraverso la conoscenza rivelata (shabda). Shrila Jiva Goswami descrive questi metodi nel suo trattato chiamato Tattva sandarbha, in cui, inoltre, esalta lo Shrimad Bhagavatam come l'opera più eccelsa all'interno del panorama Indovedico. Pratyaksha – è la conoscenza ottenuta direttamente attraverso la percezione sensoriale, ovvero attraverso gli occhi, le orecchie, il naso, la pelle e la lingua. La mente è considerata il sesto senso, e quindi anche attraverso essa è possibile acquisire conoscenza. Certamente pratyaksha è un metodo corretto per ottenere la conoscenza (pramana), ma non è un metodo assoluto poiché la percezione sensoriale ha evidenti limiti e pertanto, in quanto tale, non è completa. Tuttavia nella tradizione Vedantica un ricercatore spirituale sincero che persegue una rigorosa disciplina al fine di purificare mente e sensi, quando tale processo raggiunge il culmine, e quindi i sensi materiali hanno subito una trasformazione che li ha portati a diventare spirituali, ha la possibilità, a quel punto, di conoscere la realtà ultima attraverso pratyaksha. Gli spiritualisti avanzati sono quindi in grado di acquisire la conoscenza con questa modalità. Nella Bhagavad Gita Krishna afferma:

Raja-vidya raja-guhyam
Pavitram idam uttamam
Pratyakshavagamam dharmyam
Su-sukham kartum avyayam

“Questo sapere è il re di tutte le scienze, il più segreto dei segreti. E' la conoscenza più pura, e poiché permette di realizzare con percezione diretta la propria vera identità, è la perfezione della religione. Tale conoscenza è eterna e si applica con gioia.” (Bhagavad Gita IX.2)

La conoscenza che consente di accedere ad un piano di comprensione superiore, oltre la materia, è molto confidenziale, pura e la più elevata. Tale conoscenza è ricevuta direttamente (pratyaksha) da colui che si applica sinceramente nell'adorazione del Divino perché ha raggiunto lo stadio di completa purificazione della mente e di tutti i sensi.

Anumana (inferenza) – Significa dedurre qualcosa a partire dall'osservazione di qualcos'altro. Il tipico esempio che viene riportato è quello per il quale viene inferita la presenza del fuoco in un determinato punto dalla sola osservazione del fumo. E' un tipo di conoscenza ulteriore rispetto a quella diretta-sensoriale che nasce dal presupposto di uso della logica. Sia il metodo pratyaksha che il metodo anumana, seppur approcci corretti, hanno comunque dei limiti che sostanzialmente risiedono nel fatto che, come affermato da Shrila Jiva Goswami, la percezione sensoriale è soggetta a quattro limiti. Essi sono:
1) Illusione (bhrama), si pensi ad esempio al miraggio in un deserto;
2) Sono soggetti ad errore (pramada). Il tipico esempio delle scritture è quello di una corda che viene scambiata per un serpente; accade che spesso interpretiamo come vero ciò che i sensi ci fanno percepire e dentro di noi si innescano tutti i meccanismi connessi (si pensi alle scariche di adrenalina nel caso “vedessimo” un serpente quando invece trattasi di una corda!). E così il detto popolare “errare è umano”. A riguardo di ciò è interessante notare che Einstein diceva: “potrebbe essere euristica mente utile tenere a mente cosa uno ha osservato. Ma è sbagliato dedurre una teoria dai soli dati osservati, è la teoria che ci dice cosa noi possiamo osservare”.
3) Campo di ricezione delle informazioni limitato (karanapatava), ovvero i sensi possono percepire solo una porzione molto limitata della realtà, ad esempio l'orecchio umano non può percepire suoni che hanno una frequenza sotto i 20 Hertz (infrasonici) e sopra i 20000 Hertz (ultasonici), e parimenti non è possibile vedere le radiazioni elettromagnetiche nell'ultravioletto o nell'infrarosso.
4) Tendenza ad ingannare (vipralipsa). L'onestà è una qualità dell'essere umano(1) tuttavia qualche volta l'essere è sopraffatto dall'orgoglio, dal falso ego, dall'arroganza, oppure semplicemente la psiche è fortemente condizionata dalle esperienze del passato (samskara) e dagli attributi della natura materiale (i guna). Capita così che una persona tende ad ingannare gli altri al fine di dominare, prevalere, prevaricare, emergere. Secondo il Vedanta un tale atteggiamento è sintomo di una non consapevolezza spirituale.
Shabda (conoscenza rivelata) – nell'approccio vedantico, shabda è il metodo più corretto per ottenere la conoscenza poiché arriva direttamente dalla Verità Assoluta e trascendente.,ed entra così direttamente nel cuore di persone che hanno raggiunto livelli di coscienza particolarmente elevati e tali da sviluppare un livello di sensibilità che trascende il limitato piano sensoriale. Su questo piano c'è la comprensione della Verità Assoluta come la causa di tutte le cause. Se ci pensiamo bene chiunque ed in qualunque campo del sapere umano (della scienza, dell'arte, ecc.) riceve la conoscenza attraverso l'ispirazione di una qualche forma di “guida”. Anche questo tipo di conoscenza può essere interpretata come conoscenza “rivelata”. Quella che riguarda il piano assoluto, trascendente, arriva direttamente dalla Coscienza Suprema, Dio.

Krishna dice nella Bhagavad gita:

Sarvasya caham hrd isannivishto
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham

“Sono nel cuore di ogni essere vivente e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l'oblio. Il fine di tutti i Veda e quello di conoscerMi. In verità Io sono colui che ha composto il vedanta e sono colui che conosce i Veda”. Bhagavad-Gita 15.15.

E da Quella fontei che arriva la conoscenza più profonda, quella che non può essere compresa sul piano logico razionale.

(1) Marco Ferrini, Le 26 Qualità del Ricercatore Spirituale, Edizioni CSB.

mercoledì 9 dicembre 2009

SEMINARIO INVERNALE CSB 2009/2010

La Scienza della Meditazione e la Trasformazione Evolutiva della Personalità.
Analisi e commento del Kaivalya Pada.

Imparare l'arte della meditazione per favorire la liberazione dai condizionamenti e lo sviluppo della gioia nella relazione d'amore con Dio, con sé e con gli altri.


Pinarella di Cervia (RA), dal 27 Dicembre 2009 al 3 Gennaio 2010 - Struttura sul lungomare.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI - Segreteria CSB:
Telefono: 0587 733730
Mobile: 320 3264838
FAX: 0587 739898
secretary@c-s-b.org

lunedì 30 novembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE UNDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.

(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(La Decima Parte è consultabile QUI)

La Rivelazione ed il metodo Scientifco.

I Sutra 3 e 4 del vedantasutra, affermano:

Sutra I.1.3
Shastrayonitvat

Shastra – la Scrittura, la Rivelazione, le Upanishad, Yonitvat – Perché di essa è la dimostrazione o fonte; la parola yom, letteralmente significa che causa o produce la conoscenza di una cosa.

[l’esistenza del Brahman non può essere dedotta con l’inferenza], perché Egli può essere compreso solo attraverso le scritture - 3


Sutra I.1.4
Tattu-samanvayat

Tat – quello, ossia il fatto che Vishnu è il tema centrale di tutti i Veda, Tu – ma, una parola che rimuove il dubbio, Samanvayat – per concordanza, per corretta discussione ed interpretazione.

[Ma Vishnu è la materia principale di tutti i Veda], perché questa è la corretta interpretazione di tutti i testi – 4

Dal commentario di Baladeva Vidyabushana leggiamo:
La parola “non” deve essere sottointesa in questo Sutra dal quarto Sutra di questo pada. Il Brahman non è l’oggetto dell’inferenza di un ricercatore della Verità. Perché? Perché solo le Scritture, in particolare le Upanishad, sono la fonte della Sua comprensione. Così, il Brahman può essere compreso solo attraverso l’insegnamento delle Upanishad. Se fosse diversamente, la designazione “aupanishada” (il cui significato etimologico è “Egli è conosciuto solo attraverso le Upanishad”), come applicata al Brahman, sarebbe priva di significato. Riguardo l’obiezione secondo cui la parola mantavya significa che l’esistenza del Brahman può essere compresa attraverso il ragionamento, noi chiariamo che il ragionamento può essere usato se applicato allo studio delle Upanishad, per dimostrare l’esistenza di Dio. Così noi troviamo il seguente verso (nel Mahabharata Vanaparva e nel Kurma Purana) “Uha o corretto ragionamento è quello attraverso il quale scopriamo il vero senso di un verso di una scrittura, rimuovendo tutti i conflitti tra ciò che lo precede e ciò che lo segue. Ma una persona dovrebbe prima di tutto abbandonare una sterile discussione.” Oltretutto l’inutilità di una sterile discussione, come supportata da Gautama e altri Rishi Vedici, è mostrata anche nel Sutra II.1:11. Questo mostra che la speculazione, quando applicata al tema della Verità Assoluta, dovrebbe essere abbandonata, perché non basate sulla rivelazione. La conclusione è che il Brahman deve essere compreso solo attraverso lo studio del Vedanta e attraverso la sua meditazione. Ciò è spiegato anche in seguito nel Sutra II.1.27, dove sarà evidenziato che la migliore dimostrazione dell’esistenza del Brahman, libero da tutti gli oggetti, è la rivelazione. Ciò prova inoltre che Dio, Hari ha la forma del Sé, che è il testimone di tutte le esistenze e di tutte le anime, che possiede ogni attributo che formano la sua natura essenziale, che è immutabile, il creatore dell’universo, e che dovrebbe essere adorato in questo modo.

In questi Sutra Badarayana ricorda un concetto molto importante secondo il quale le scritture sono un mezzo fondamentale per la comprensione dell’Essere Supremo, che tuttavia non può avvenire senza la pura devozione. Il processo di conoscenza, allora, non passa attraverso la pura logica, ma la trascende. Le Scritture rivelate, quindi, sono l'autorità suprema, in tema di Realtà Assoluta proprio come solo le parole della madre possono dare indicazioni precise e autorevoli circa la vera identità del padre. Certamente una affermazione di questo tipo non intende sminuire la validità dell'approccio basato sulla logica empirica e sull'evidenza sperimentale, che sono sicuramente utili nell'ambito del metodo scientifico. I grandi risultati della nostra era sono infatti basati proprio sul metodo scientifico, che tante innovazioni ha portato (si pensi ad esempio all'avvento del transistor che ha consentito una rivoluzione elettronica attraverso la distribuzione pervasiva di componenti che aiutano la vita di tutti i giorni. Ma si pensi anche all'avvento della tecnologia Internet, e a tutti i benefici che giornalmente usufruiamo ….). Quello che qui si vuole portare all'attenzione è che tuttavia tale approccio ha oggettivi limiti nel momento in cui si vuole investigare la realtà che è oltre il piano sensoriale e materiale. E' un po' come quando si vuole investigare la natura della materia a livello subatomico. Per fare ciò non sono sufficienti “usuali strumenti” quali il microscopio o altro. Occorrono altresì strumenti più potenti ed energie altissime (si pensi ad esempio al complesso acceleratore sub-atomico del CERN di Ginevra utilizzato per creare urti subatomici per scoprire nuove particelle). Il metodo scientifico non è quindi il metodo più idoneo per investigare l'esistenza di Dio. Ciò è principalmente dovuto al fatto che i nostri sensi sono limitati, per cui la conoscenza scientifica che deriva da ciò che il nostro intelletto elabora dalla percezione dei sensi è oggettivamente incompleto. La Scienza spiega ciò che può essere osservato e deduce delle leggi sulla base di poche verità che sono considerate fondamentali. Esse sono un po' come gli assiomi in matematica. Gli assiomi sono frasi che sono considerate vere e che non necessitano di dimostrazioni in quanto risultano “autoevidenti”. Sulla base di tali assiomi, vengono poi dedotte delle leggi (teoremi) attraverso l'inferenza e l'osservazione. Gli assiomi sono quindi come dei punti di partenza per costruire un sistema di conoscenza e spiegare i vari fenomeni osservati. Questo è il metodo scientifico. La rivelazione (Shruti), l'evidenza shastrica, invece, riporta una conoscenza intuitiva, interiore, derivante da un darshana, una visione mistica acquisita accedendo a piani di consapevolezza superiori risultato di livelli di coscienza superiori, e quindi, in quanto tale, oggettiva. Perché non considerare come “autoevidenti” taluni risultati base derivanti da ciò? Il Vedanta lo fa, e definisce alcuni importanti assiomi teistici derivanti da questa osservazione interiore, la Scienza no, questa è la differenza.

Questo metodo di conoscenza è anche noto come avaroha-pantha, o approccio discendente (top-down). Il Vedanta riconsoce anche un altro metodo definito invece ascendente (aroha-pantha, o metodo bottom-up), che sostanzialmente coincide con il metodo jnana-marga, l'approccio speculativo alla conoscenza. Il Vedanta afferma che il metodo aroha-pantha è inferiore in quanto più difficile e tedioso rispetto al metodo avaroha-pantha, in particolare quando riferito alla più profonda conoscenza di Dio.

Nella Bhagavad Gita (4.2), Krishna afferma:

Evam parampara-praptam
Imam rajarshayo viduh
Sa kaleneha mahata
Yogo nashtah parantapa

“Questa Scienza Suprema fu così trasmessa in successione da maestro a discepolo, e i re santi la ricevettero in questo modo; nel corso del tempo, tuttavia, la catena di maestri si è interrotta e questa scienza così com'è sembra ora perduta”

La successione discepolare è caratteristica del metodo top-down, perché arriva direttamente dal Signore, il primo anello della catena parampara e via via si trasmette poi da Maestro a Discepolo. Invece, in altri contesti si è molto diffuso l'approccio bottom-up. Si pensi ad esempio agli insegnamenti di Platone, Cartesio, Kant, Darwin, per citarne alcuni, i quali non provenivano da una vera e autentica catena Maestro-Discepolo avente Dio stesso come adi Guru, il Supremo Guru originario, bensì fornivano insegnamenti secondo loro speculazioni e ricerche (e talvolta, perché no, intuizioni), ma non hanno mai seguito delle Scritture autentiche. Infatti, anche per questo motivo, molti ricercatori ancora dubitano circa la validità dei concetti da loro riportati (si consideri ad esempio la teoria evoluzionistica di Darwin, messa in contraddizione dai sostenitori della teoria creazionista). Secondo il Vedanta questo tipo di conoscenza non può essere considerata autorevole in quanto non perfetta non avendo il sostegno di Scritture rivelate e autentiche.

martedì 24 novembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE DECIMA).
A cura di Andrea Boni.

(La Nona Parte è consultabile QUI)

La Big-Vision.
La teoria della Big-Vision(1) è stata così coniata dal Dr. Singh (Bhaktisvarupa Damodara Swami) per indicare le cause dell'origine, della creazione e della manifestazione dell'Universo secondo gli insegnamenti del Vedanta. Nello Shrimad Bhagavatam viene riportata una conversazione molto importante tra due grandi persone sante – Maitreya muni e Vidura. Vidura non era completamente felice sebbene appartenesse alla famiglia della dinastia dei Pandava. Così, nel corso del suo importante pellegrinaggio durante la battaglia di Kurukshetra, avvicinò uno dei più importanti saggi, Maitreya appunto, al fine di porgli domande circa il senso della vita, della creazione e Dio. Le risposte di Maitreya furono di grande conforto per Vidura, e tale conversazione costituisce la base del modello noto come Big-Vision:

Vidura disse: “O Grande saggio, in questo mondo tutti si impegnano in attività interessate per ottenere la felicità, ma non trovano né la soddisfazione né il sollievo alle sofferenze, anzi, con queste attività non fanno altro che aggravare la loro situazione. Ti prego dunque, indicaci la via della vera felicità” (Shrimad Bhagavatm III.5.2).

La ricerca della felicità è l'obiettivo ultimo di ogni essere vivente. Tutti cercano la felicità, e quindi la creazione cosmica deve possedere intrinsecamente un principio potenziale in base al quale ogni essere vivente può ottenere il reale successo: l'ottenimento della felicità. Il concetto centrale nella teoria della big-vision è quello secondo cui l'Universo è stato creato con lo scopo di consentire ad ogni essere vivente di potersi emancipare al fine di riacquisire la propria natura ontologica. Anche alcuni eminenti scienziati hanno intuito che deve esserci uno scopo nella nascita dell'Universo. Roger Penrose afferma: “Direi che l'Universo ha uno scopo. Non è li solo per caso”. Il Prof. George Wald, premio nobel in Biologia, dice:”La grande disparità di massa che sussiste tra i nucleoni e gli elettroni è una delle condizioni necessarie per la vita. Pressoché l'intera massa di un atomo è posizionata nel nucleo e mantiene la sua posizione indipendentemente da come gli elettroni si muovano attorno ad esso. Ciò è l'unica ragione per la quale qualsiasi cosa nell'Universo sta insieme. Se i protoni e i neutroni avessero una massa simile a quella degli elettroni, poiché una tale situazione provocherebbe una rotazione reciproca degli uni intorno agli altri, tutta la materia nell'universo sarebbe fluida”. Charles Townes, premio Nobel in Fisica, afferma che ci sono costanti uniche del nostro Universo. Se il valore di queste costanti fossero anche solo leggermente differente l'Universo sarebbe completamente diverso. Ciò induce a pensare che questa manifestazione cosmica è davvero speciale ed ha uno scopo ben preciso. Tutte queste affermazioni supportano indirettamente la visione Vedantica della Big-Vision.

Secondo il Vedanta lo scopo che sta dietro a questa manifestazione del mondo materiale è dunque risvegliare in ciascun essere vivente la bhakti, lo yoga dell'amore che ognuno possiede da sempre (si considerino in tal senso i primi sutra del Narada bhaktisutra) in quanto sua caratteristica costituzionale:

Svayam phala-rupeti brahma-kumarah.

“Il figlio di Brahma [Narada] afferma che la bhakti è il frutto di se stessa”

La Bhakti è la qualità devozionale sublime che connette l'individuo con lo Spirito Supremo, Dio, con la più profonda umiltà e offrendo un servizio incondizionato, ovvero non motivato egoicamente. Facendo un uso distorto del libero arbitrio, gli esseri viventi, sotto l'influenza del falso ego, agiscono con il desiderio di dominare la natura materiale, ma così facendo, paradossalmente, ne rimangono sempre più coinvolti. Quando una persona capisce la transitorietà del mondo e interrogandosi circa la sua falsa posizione comprende che non potrà mai ottenere la vera felicità se persiste nell'azione egoica, allora comincia a porsi delle domande: “Dove ho sbagliato? Come posso ottenree la vera felicità?” Questo è il primo passo per avvicinarsi ad una entità Superiore. Questa richiesta di comprensione costituisce il vero punto di svolta nella vita di ogni individuo.

(1) Bhakti Svarupa Damodara Goswami, Savijnanam, N. 2, Rivista del Bhaktivedanta Institute.

lunedì 16 novembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE NONA).
A cura di Andrea Boni.

(L'Ottava Parte è consultabile QUI)

La visione Vedantica circa l'origine dell'Universo
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Secondo il Vedanta, quindi, la creazione, il mantenimento e la dissoluzione dell'Universo sono gestite sotto la supervisione della Coscienza Suprema, Dio, Shri Krishna. Si potrebbe pensare che accettando Dio come la fonte della creazione dell'Universo, qualsiasi speculazione scientifica o qualsiasi nuova teoria scientifica sarebbe inutile. In realtà secondo il Vedanta la “sfida” scientifica rimane soprattutto nel capire lo scopo che sta dietro alla creazione. Comprendendo ciò è così possibile realizzare il significato e lo scopo della vita umana. Nel Vedanta lo studio della coscienza è alla base di tutto, compreso la creazione e lo scopo della nascita dell'universo. Il Vedanta indica che la Coscienza Suprema, che è appunto Suprema tra tutti gli esseri coscienti, manifesta se stessa nelle Sue varie forme con lo scopo di creare. Le entità viventi, atman, sono eterni e sono Sue espansioni separate differenti e non differenti allo stesso tempo:
Mamaivamsho jiva-loke
Jiva-bhutah sanatanaha
Manh-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati
“Gli esseri viventi, in questo mondo di condizioni, sono Miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente” (Bhagavad Gita XV.7) L'atman è pertanto qualitativamente uno con il Supremo, tuttavie Egli è conscio di qualsiasi cosa, mentre i songoli frammenti sono cosci solo di se stessi. Un attento studio della cosmologia vedantica fornisce le fondamenta della relazione naturale tra Dio e gli esseri individuali, tra l'uomo e le altre forme di vita, tra l'uomo e l'ambiente. Tali fondamenta costituiscono l'essenza dell'etica globale, e sono necessarie per uno sviluppo coscienziale sostenibile. La manifestazione cosmica nasce da una energia Divina (la materia) che dal Divino è comunque separata, e ciò è possibile per opera del tempo (kala), che è una caratteristica impersonale di Dio stesso. Dio, la Persona Suprema, è la fonte e la causa di tutto (sarva karana karanam). Nella Bhagavad Gita (X.8) Shri Krishna dice ad Arjuna, Suo amico e devoto, “Sono la fonte di tutti i mondi spirituali e materiali. Tutto emana da Me” (aham sarvasya prabhavo). Prima di descrivere i cicli cosmici della creazione, del mantenimento e della dissoluzione dell'universo secondo la prospettiva vedantica, occorre comprendere il modello noto come “Big-Vision”, in contrapposizione al modello noto come “Big Bang”.

(Tratto da un articolo di Bhaktisvarupa Damodara Swami apparso sul numero 2 della rivista Savijnanam del Bhaktivedanta Institute).

mercoledì 30 settembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE OTTAVA).
A cura di Andrea Boni.

(La Settima Parte è consultabile QUI)

La Causa di tutte le cause.
La maggior parte delle speculazioni moderne circa la nascita dell'Universo si basano sulla famosa teoria del Big-Bang, e di tutte le sue varianti. Fu concepita per la prima volta nel 1927 grazie al lavoro di un monaco belga, Georges Lemaitre. Sostanzialmente tale teoria si basa sul presupposto che l'intero Universo è esploso a partire da uno stato puntiforme della materia ad altissima densità, temperatura e pressione, quindi avente un livello di energia altissimo. Successivamente l'Universo si è espanso e si è raffreddato. Gli scienziati quindi, speculando circa la nascita dell'Universo, considerano l'evoluzione a partire da un tempo t=0+, ma nulla è detto circa t=0-, ossia prima della “Grande Esplosione”. Perché in quella singolarità era presente tutta la materia condensata in un unico punto con così alte temperature e pressioni? Perché ad un certo punto è esplosa? Quali erano le leggi della fisica prima del Big-Bang? Che ne era dello Spazio-Tempo? Non è dato saperlo, irrilevante per la scienza moderna. Secondo essa, ad un certo punto la materia altamente condensata “decide” di espandersi, esplode e dall'esplosione nascono le particelle elementari e quindi gli elementi base che prima non erano presenti. Dapprima presero forma gli elementi leggeri, come l'idrogeno e l'elio, seguiti poi dagli elementi “pesanti”, ovvero aventi peso atomico maggiore. L'Universo si starebbe tutt'ora espandendo a partire da quella originaria esplosione e non si sa fino a quando. Sembra quindi che sussistano tante domande senza risposte, tanti dubbi, lacune conoscitive. Si dice che conosciamo solo una piccolissima percentuale dell'Universo manifesto, indicativamente il 4%, mentre il resto è tutta energia e materia “oscura”: teoricamente emerge che c'è qualcosa ma non si sa cosa è, dove è, perché è.

La Cultura Vedica non ha invece dubbi in tal senso, e il secondo Sutra del Vedanta ne è l'esplicitazione più evidente. In altre opere, come nello Shrimad Bhagavatam, in particolare nel secondo e nel quinto Canto, vengono forniti tutti i dettagli circa la nascita e l'evoluzione del Creato e delle Creature. Anche la Bhagavad Gita fornisce delle risposte chiare su questo tema:

Aham sarvasya prabhavo
Mattah sarvam pravartate
Iti matva bhajante mam
Budha bhava-samanvitah

“Sono la fonte di tutti i mondi, spirituali e materiali. Tutto emana da Me. I saggi che conoscono perfettamente questa verità Mi servono con devozione e Mi adorano con tutto il loro cuore” (Bhagavad-Gita X.8)

Krishna è l'origine, la Causa di tutte le cause, come peraltro evidenziato anche fin dall'inizio nella Brahma Samhita:

Ishvara paramah krishnah
Sac-cid-ananda-vigrahah
Anadir adir govindah
Sarva-karana-karanam

“Krishna, col nome di Govinda, è Dio, la Persona Suprema. Ha un corpo spirituale eterno di beatitudine. E' l'origine di ogni cosa, ma non ha origine. E' la causa prima di tutte le cause”.

Questa Persona Suprema, origine del Tutto, ha un'infinita potenza ed energia, e con una semplice scintilla di tale energia manifesta ed illumina tutti gli universi materiali:

Yad yad vibhutimat sattvam
Shrimad urjitam eva va
Tad tad evavagaccha tvam
Mama tejo-'msha-sambhavam

Atha va bahunaitena
Kim jnatena tavarjuna
Vishtabhyaham idam krtsnam
Ekamshena sthito jagat

“Sappi che tutto ciò che è bello, potente e glorioso scaturisce da una semplice scintilla del Mio splendore. Ma a che servono, o Arjuna, tutti questi particolari? Con un solo frammento della Mia persona pervado e sostengo l'Universo intero” (Bhagavad-Gita X.41-42).

martedì 15 settembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE SETTIMA).
A cura di Andrea Boni.

(La Sesta Parte è consultabile QUI)

L'Origine dell'Universo.


Sutra I.1.2
janmadyasya yatah

Janma – nascita, Adi, e il resto, ad esempio mantenimento e dissoluzione,
Asya – di questo (universo), Yatah – da lui, da quel Signore.

Egli, il Brahman, è colui che crea, mantiene e dissolve l’universo – 2

Commentario Scientifico
Dal commentario di Baladeva Vidyabushana leggiamo:
La parola ‘janmadi’ utilizzata nel Sutra è una Bahu Brihi, ossia una parola composta. Il suo significato, letteralmente, intende creazione, mantenimento, dissoluzione. La parola ‘asya’ significa di questo Universo, ossia questi quattordici pianeti o ‘loka’ popolati da vari jiva a partire del più importante, Brahmaloka, e terminando con il più piccolo filo d’erba, dove le anime godono e soffrono in base alle loro buone o cattive azioni; questo misterioso universo la cui profondità nessun intelletto umano può comprendere; questo magnifico mondo di strane costruzioni. La parola ‘yatah’ significa “Da Lui”, ossia dal Dio Supremo, la cui potenza è inconcepibile, che è l’agente della creazione tanto quanto la causa materiale, da cui si origina, si preserva e si distrugge l’Universo. Egli è il Brahman. Egli è il tema principale dei Vedanta Sutra, e costituisce l’oggetto principale di ricerca.

Il primo sutra dell'opera di Badarayana è un forte incoraggiamento ad intraprendere la conoscenza della Verità Assoluta, Dio, la Persona Suprema, Il Brahman. In questo secondo sutra, invece, l'Autore fornisce una prima descrizione del Brahman. Esso è ciò che crea, sostiene e dissolve l'Universo. La Verità Assoluta è così connessa agli aspetti cosmologici. Ognuno di noi, in misura diversa, si è interrogato circa i misteri della nascita e della morte, ed in particolare della creazione dell'Universo. Peraltro, questo è stato da sempre uno dei temi più affascinanti per scienziati e teologi. In questo capitolo cercheremo allora di rivedere alcune teorie proposte circa la nascita dell'universo, con particolare riferimento alla teoria del big-bang, e di metterle in relazione con la teoria Bhaktivedantica. Con il termine Bhaktivedanta si intende tutta la letteratura Vedica che oltre al Vedantasutra propriamente detto, e che caratterizza la parte più speculativa della Conoscenza, include anche la letteratura che descrive in modo specifico la bhakti, ovvero la via della devozione, e quindi la Bhagavadgita, lo Shrimadbhagavatam, e altre opere.

Il secondo sutra dell'opera di Badarayana è un incoraggiamento a considerare la formulazione di una nuova teoria teistica circa la nascita e l'evoluzione dell'Universo. Fino ad oggi le teorie che sono state proposte degli scienziati occidentali non sono orientate in questo senso, sebbene diversi eminenti ricercatori abbiano più volte espresso la necessità di una visione alternativa ed innovativa per riuscire a fornire spiegazioni con un orizzonte di senso rispetto a quanto formulato ad oggi. Brian D. Josephson, premio Nobel in Fisica presso la Cambridge University, afferma: “Ora ci sono due modi per affrontare la questione circa se e come Dio abbia un'influenza sulla natura. La prima è continuare a seguire la linea teoretica materialistica adottata fino ad ora e cercare di ottenere, a partire da questo approccio, una teoria del tutto. Questo è senza dubbio un processo molto difficoltoso. Potrebbe richiedere secoli per arrivare al suo completamento [ammesso che si possa giungere ad una conclusione …]. Un approccio alternativo per lo scienziato è affermare: 'bene, proviamo a valutare l'ipotesi opposta, ovvero proviamo a considerare il fatto che esista un'Entità Suprema, oltre la Natura materiale, Dio, ed includiamolo come principio all'interno delle teorie scientifiche; come sarebbe la scienza con questa nuova prospettiva in cui Dio entra a “giocare” un ruolo nella manifestazione dei vari fenomeni?”.

La visione Bhaktivedantica supporta appieno questa formulazione teoretica e il secondo sutra del vedantasutra è un primo importante postulato in tal senso. Secondo il Vedanta, infatti, esiste una sorgente ultima, senziente, al di la del piano materiale:

Aham sarvasya prabhavo
Mattah sarvam pravartate
Iti matva bhajante mam
Budha bhava-samanvitah

“Sono la fonte di tutti i mondi, spirituali e materiali. Tutto emana da Me. I saggi che conoscono perfettamente questa verità Mi servono con devozione e Mi adorano con tutto il loro cuore” (Bhagavad-Gita X.8)

lunedì 7 settembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE SESTA).
A cura di Andrea Boni.

(La Quinta Parte è consultabile QUI)

La Coscienza secondo il Vedanta(1).
Negli ultimi decenni lo studio della coscienza è divenuto un campo di ricerca molto importante in ambito scientifico e filosofico. Assistiamo infatti ad un crescente interesse da parte di fisici quantistici, neuropsicologi, ricercatori delle scienze cognitive, filosofi e spiritualisti. William James, Von Neumann, Eugene Wigner, Erwin Schrödinger e David Bohm, sono alcuni dei pionieri nel campo dello studio della coscienza. Gli studiosi della fisica quantistica hanno evidenziato il ruolo fondamentale della coscienza nella manifestazione della realtà del mondo fenomenico attraverso il collasso della forma d'onda che regola il movimento delle particelle elementari, nella fattispecie l'elettrone. Infatti il fenomeno della coscienza è stato preso in considerazione come determinante nella manifestazione della realtà sensibile solo a seguito dell'avvento dei primi esperimenti di Fisica Quantistica, e comunque qui in Occidente gli studi sulla coscienza sono in ogni caso assolutamente recenti.

Lo studio della fisica delle particelle è stato il presupposto per intuire il ruolo centrale della coscienza nella manifestazione della realtà sensibile.
Già alla fine dell’Ottocento, a livello microscopico si è visto che la materia è composta di atomi, strutture base che la compongono. Ciò è un fatto ben noto nella Cultura del Vedanta e del Vaisheshika, in cui è spiegata con grande precisione la struttura atomistica della materia. In seguito si è scoperto che l'atomo è composto di particelle elementari – protoni, elettroni e neutroni, in cui gli elettroni si muovono attorno ad un nucleo composto da neutroni e protoni. In particolare si è visto che una particella, ad esempio un elettrone, in generale ha un comportamento anomalo: esso può comportarsi sia come onda di energia, sia come un elemento corpuscolare. Si deve a Erwin Rudolf Josef Alexander Schrödinger (1887 – 1961) la definizione di una funzione d'onda, e di un'equazione che porta il suo nome, che modella matematicamente la particella-elettrone espressa come “onda” e grazie alla quale è possibile rappresentare in termini probabilistici la sua posizione all'interno di un atomo. Più o meno nello stesso periodo in cui Schrödinger ha definito l'equazione della funzione d'onda, Werner Karl Heisenberg (1901 - 1976) ha postulato il suo principio di indeterminazione, secondo cui è esplicitata l'impossibilità di conoscere con esattezza la realtà attraverso i sensi. Infatti, dalla definizione dell'elettrone in quanto onda di probabilità, Heisenberg ha osservato che non è possibile definire simultaneamente la posizione e la velocità dell'elettrone; nota una, rimane indefinita l'altra. Si è inoltre osservato che la particella, oltre alle caratteristiche di onda, poteva assumere, sotto altre condizioni, delle connotazioni di corpuscolo vero e proprio, dotato di massa, e di tutti gli attributi connessi. Ciò che fa la differenza tra una manifestazione della particella come onda ed una come corpuscolo, è la presenza di un osservatore, e quindi della coscienza. In assenza di un osservatore che considera il suo movimento, il suo comportamento, questa entità di energia si comporta come un’onda, se invece c’è un osservatore che misura l'oggetto, essa si manifesta come una massa, come una particella, ovvero avviene il collasso della funzione d'onda. Ciò è qualcosa che ha sconvolto completamente la comunità degli scienziati per tutte le implicazioni che possono derivare non soltanto a livello scientifico, che sono pure importanti, ma anche e soprattutto a livello filosofico e sociale, poiché questo fenomeno ha una grossa influenza circa l'interpretazione della realtà, in quanto i risultati degli esperimenti affermano che la manifestazione al livello grossolano della realtà dipende essenzialmente da un osservatore. La realtà è formata da un insieme di possibilità, e quella che si manifesta è una tra tante possibili, definita per il sovrapporsi della coscienza.
E' comunque opinione abbastanza condivisa che la meccanica quantistica, con tutti i suoi limiti matematici e terminologici, può fornire delle indicazioni circa la presenza della coscienza, ma non fornisce una prova assoluta ne tanto meno fornisce una descrizione completa del fenomeno – ricordiamo infatti che quello quantistico rimane comunque un modello di rappresentazione di un certo fenomeno, e come tale non ha una validità assoluta. Max Planck affermava: “E' un fatto che esiste un punto in cui le teorie scientifiche e quindi qualsiasi metodo empirico, è inapplicabile, non solo su basi sperimentali, ma anche teoriche, e rimarrà sempre inapplicabile. Questo è il punto in cui si entra nella sfera della consapevolezza individuale”.

Secondo il Vedanta la coscienza è una facoltà di ciascun essere vivente, un suo attributo spirituale. Esistono due categorie di coscienza: quella universale e quella individuale. Tale attributo è quindi oltre il piano materiale, non è un prodotto della chimica cerebrale, che anzi ne costituisce un effetto. La filosofia Samkhya così come descritta nel terzo Canto dello Shrimadbhagavatam, Capitolo 26, spiega che il jiva è caratterizzato dalla presenza di coscienza (cit). Essa è la sorgente della conoscenza e dell'esperienza sperimentata dell'essere nella sua globalità. Il Vedanta spiega che la materia è il campo (kshetra) dell'esperienza, ed è assolutamente inerte, priva di coscienza. Sussiste tuttavia una interazione tra il campo ed il conoscitore del campo (kshetrajna), anche attraverso la coscienza universale, di cui ogni particella individuale ne è parte.

Circa quattro secoli fa, il famoso filosofo francese Rene Descartes disse: “Penso, dunque sono”. Da un punto di vista del Vedanta l'espressione “Io sono” è l'esperienza cosciente ed è inerente le proprietà trascendenti del sé. Millenni prima di Descartes, i saggi della tradizione Vedica realizzarono lo stesso principio in forma più avanzata, inteso nella forma aham brahmasmi, intendendo con questo “Io sono Brahman”, “Io sono il sé spirituale, il sé cosciente”. Questa è la coscienza, espressa in sanskrito attraverso la parola cetana. L'atto di pensare di un essere vivente è l'effetto della coscienza ed appartiene alla vita.

Diversi scienziati già all'inizio del ventesimo secolo hanno evidenziato l'impossibilità di definire la coscienza in termini materiali. Niels Bohr scriveva: “Dobbiamo ammettere che non esiste nessuna teoria in fisica, chimica o in qualsiasi ambito delle scienze positive che possa in qualche modo spiegare il fenomeno coscienza. Possiamo altresì affermare che esiste questo tipo di attributo poiché ciascuno di noi lo possiede. Quindi la coscienza deve essere parte della natura, o più generalmente della realtà, il che significa che al di là delle leggi della fisica classica o della chimica, come postulato peraltro dal paradigma quantistico, dobbiamo postulare l'esistenza di leggi di diversa natura [che trascendono il piano fenomenico]”1. In modo simile il noto scienzato Inglese Michael Polanyi argomentava: “... una volta che è stato riconosciuto che la vita trascende le leggi della fisica e della chimica, non c'è ragione di sorprendersi per il fatto ovvio che la coscienza è un principio che trascende non solo le leggi della fisica e della chimica ma anche i principi meccanicistici degli esseri viventi(2)”.

Il Vedanta afferma che la coscienza è un principio che trascende il piano materiale, oltre la mente e l'intelligenza, e fornisce una precisa gerarchia, come confermato in Bhagavad Gita III.42:

Indriyani parany ahur
Indriyebhyah param manaha
Manasas tu para buddhir
Yo buddheh paratas tu saha

“I sensi attivi sono superiori alla materia inerte, ma superiore ai sensi è la mente, e superiore alla mente è l'intelligenza. Ma ancora più elevata dell'intelligenza è il sé”.

Possiamo quindi identificare la seguente gerarchia:Il Vedanta spiega lo stesso principio attraverso lo schema degli involucri (pancakosha), ben spiegato all'interno del corpus letterario delle Upanishad.

(1) T.D. Singh and R. L. Thompson, back cover, Consciousness The Missing Link.
(2) M. Polanyi, “Life's irreducible structure”, Science, 160, 1968, pp. 1308-1312.

Questo articolo è stato ispirato dalla lettura di un articolo di Bhaktisvarupa Damodara Goswami apparso sulla rivista Savijnanam pubblicato a cura del Bhaktivedanta Institute, da cui sono state tratte alcune citazioni.

lunedì 24 agosto 2009

ARTICOLI: CORRIERE DELLA SERA (19 Agosto 2009).
La raccolta dei suoni perduti.
Il musicista Fabio Pianigiani e il progetto di registrare il paesaggio sonoro: dal canto del gallo al calpestio dei passi.

SIENA – L'archivio dei suoni perduti è per ora un database multimediale sul computer di Fabio Pianigiani, docente universitario e musicista, compositore di grandi successi scritti insieme a Gianna Nannini, Mario Castelnuovo, Riccardo Fogli e collaboratore di Franco Battiato. Poche registrazioni, che aumentano giorno dopo giorno, come un crescendo di una sinfonia ancora tutta da scrivere. C’è il suono di una corte toscana al mattino con il canto del gallo, il chiocciare delle galline, il calpestio della gente che cammina. C’è il suono del vento sulle Apuane che sembra un improbabile xilofono. E ancora la pioggia nella pineta della Versilia che ti proietta immediatamente nel tuo passato scolastico e nelle emozioni del decadente D’Annunzio.

SOUNDSCAPE - C’è tutto questo e molto altro ancora. E tantissimo ci sarà più avanti quando il progetto dell’Università di Siena, coordinato da Pianigiani, sarà concluso. L'idea è quella di creare un archivio multimediale dei suoni della natura e degli antichi manufatti che rischiano l’estinzione. E affiancarlo a un altro archivio dove la musica della natura e quella umana si fondono e diventano arte. «È ciò che è stato definito soundscape – spiega Pianigiani -, parola inglese che deriva da landscape (paesaggio), ovvero il paesaggio sonoro in cui viviamo, tutti quei suoni che circondano la nostra vita e compongono la colonna sonora della quotidianità. Sono semplici suoni della natura (acqua, vento, pioggia, ecc) o i suoni che caratterizzano la presenza dell’uomo».

CULTURA UMANA - Un concerto al quale purtroppo gli umani non danno la dovuta importanza. «Ed invece dobbiamo riconoscerli, ascoltarli e tutelarli – continua Pianigiani – perché fanno parte della nostra cultura umana e sono ecologia sonora». L'antropizzazione e l'inquinamento hanno cancellato suoni straordinari e altri sono a rischio. Dunque è arrivato il momento di immortalare queste emozioni. «Non solo per contribuire alla loro salvezza – spiega Fabio Roggiolani, leader dei Verdi toscani e presidente della Commissione sanità della Regione Toscana – I suoni della natura sono cosa viva e possono essere impiegati anche in medicina. Ci sono pagine e pagine di letteratura medica che dimostrano come l'ecologia sonora possa essere applicata in alcune terapie per creare un ambiente favorevole al malato. Noi abbiamo già un progetto per inserirla in alcune strutture sanitarie, tra le quali l’ospedale di Pitigliano, il primo nel quale convivono medicina tradizionale e alternativa».

NATURA - Tra i suoni che saranno campionati e catalogati quelli del Parco naturale della Maremma, con i suoi torrenti, i fruscii particolari provocate da piante autoctone alcune minacciate dall'estinzione. Poi toccherà alla vendemmia, nel Chianti e in altre aree dove i vigneti sono sovrani. E ancora saranno registrati i venti e gli animali delle Dolomiti, gli antichi mercati (Porta Portese a Roma, la Vucceria a Palermo), i suoni dei vecchi mestieri. Ci saranno anche le emozioni sonore delle manifestazioni popolari, come il Palio di Siena, delle risacche dei litorali minacciati dall'erosione, dei barconi di legno sui fiumi oggi sostituiti dai motoscafi in vetroresina. «Uno degli obiettivi del progetto è quello di è far conoscere la dimensione ecologica del suono – continua Pianigiani –. Le domande sono: conosciamo davvero i suoni di Madre Natura? Sappiamo interpretarli? E che effetti o sensazioni ci danno? Dunque, isolare i suoni e imparare a riconoscerli può essere importante anche per creare un mondo migliore».

Marco Gasperetti
SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUINTA).
A cura di Andrea Boni.

(La Quarta Parte è consultabile QUI)

I differenti modi di percepire la Verità Assoluta(1).
La Verità Assoluta, ciò che è oltre il piano sensoriale, può essere percepita secondo tre differenti modalità. Ciò è ben espresso nello Shrimad Bhagavatam I.2.11:

Vadanti tat tattva-vidas
Tattvam yaj jnanam advayam
Brahmeti paramatmeti
Bhagavan iti shabdyate

“I saggi che conoscono la Verità Assoluta chiamano questa sostanza unica, al di là di ogni dualità, col nome di Brahman, Paramatma o Bhagavan”.

Bhaktivedanta Swami Prabhupada commentando questo verso afferma:

“La Verità Assoluta è contemporaneamente soggetto e oggetto perché in Essa non c'é alcuna differenza qualitativa. Perciò, Brahman, Paramatma e Bhagavan sono manifestazioni uguali sul piano qualitativo. Questa sostanza unica è realizzata come Brahman impersonale da coloro che studiano [ed interpretano in modo impersonale] le Upanishad, come Paramatma localizzato dagli yogi, come Bhagavan dai devoti, [ovvero da coloro che si rapportano all'Assoluto in termini personali, una Persona con la Quale scambiare sentimenti di intenso Amore e devozione]. Bhagavan, la persona Suprema, rappresenta l'aspetto ultimo della Verità Assoluta [, ovvero la forma più intima e per questo difficilmente accessibile stati rimossi tutti gli ostacoli interiori]. Il Paramatma è la manifestazione parziale del Signore, mentre il Brahman è lo sfolgorio irradiante del Suo corpo, come i raggi che emanano dal corpo del sole. […] Come si è visto nel primo shloka del primo capitolo, la Verità Suprema è sufficiente in sé stessa, possiede la conoscenza perfetta ed è libera da ogni illusione generata dal concetto della relatività. Nel mondo del relativo ciò che conosce è differente da ciò che è conosciuto, mentre sul piano della Verità Assoluta non c'è alcuna differenza. Nel mondo del relativo, chi conosce è l'anima spirituale vivente, o energia superiore, e ciò che è conosciuto è la materia inerte, o energia inferiore. C'è dunque dualità tra l'energia inferiore e l'energia superiore. Sul piano dell'Assoluto, invece, conoscente e conosciuto appartengono entrambi all'energia superiore.” Si tratta di tre forme di energia che emanano da una stessa sorgente, quindi come tali non esistono differenze fondamentali, tuttavia si distinguono differenti qualità di energie. Il Brahman non ha attributi ed è il principio astratto della Verità. E' l'aura che emana dall'energia più intima, quella più profonda, Bhagavan. La Scuola advaita Vedanta ha come scopo la realizzazione di questa forma dell'Assoluto. Facciamo l'esperienza della forma di Paramatma quando si prova un'intensa ispirazione ad esempio in qualche attività scientifica, religiosa o artistica. In tutti questi casi l'ispirazione arriva dal Paramatma, che guida ogni essere vivente dal cuore. E' il Paramatma che indica la via agli uccelli migratori, o quella forma sottile che guida qualsiasi organismo nel suo viaggio all'interno del mondo fenomenico. Bhagavan è la Suprema Persona, l'aspetto più intimo della Verità Assoluta. Può essere realizzato solo da coloro che, avendo compreso l'illusorietà del mondo materiale, avendo inoltre compreso la necessità di dare e ricevere Amore, perché ognuno di noi nella parte più profonda della personalità è Amore, si abbandonano con un atto di intima e sincera devozione all'adorazione di Dio attraverso i principi emanati dal Bhaktiyoga. Tutte le Scuole Vaishnava del Vedanta hanno come scopo la realizzazione di questa forma dell'Assoluto.

(1) Tratto e parzialmente rivisto da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Goswami pubblicato sulla rivista Savijananam, del Bhaktivedanta Istitute.

domenica 16 agosto 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUARTA).
A cura di Andrea Boni.

(La Terza Parte è consultabile QUI)

Importanza della ricerca spirituale e dell'unicità della forma umana.

La ricerca spirituale, jijnasa, è l'occupazione fondamentale per un essere umano. Ognuno di noi in un modo o nell'altro si interroga sul senso della vita, sul perché della sofferenza, della malattia, della vecchiaia. Sul perché della morte. E in una qualche forma si cerca di fornire una risposta a queste domande. Quando non è manifesto un approccio critico a tali temi di fondamentale interesse per un'evoluzione sana e costruttiva della personalità significa che il corpo che è stato acquisito non viene utilizzato per lo scopo corretto. Può un uccello interrogarsi sul significato della sua esistenza? Questo e altri tipi di animali possono interrogarsi su aspetti di base per la sopravvivenza come conseguenza dei propri istinti, ma non hanno certo la capacità di andare a fondo sul significato ultimo della vita. Nella forma umana invece ciò è possibile, ed in questo senso è unica e preziosa.

Il processo di investigazione della Verità Assoluta viene definito in sanscrito jivasya tattvajijnasa. A tal riguardo lo Shrimad Bhagavatam afferma (I.2.10):

Kamasya nendriya-pritir
Labho jiveta yavata
Jivasya tattva-jijnasa
Nartho yashceha karmabhih

“Il nostro desiderio non dev'essere quello di vivere per soddisfare i sensi, ma solo quello di condurre una vita sana, sufficiente al proprio sostentamento, perché la forma umana deve guidare alla ricerca della Verità Assoluta. E questo dovrebbe essere l'unico obiettivo di ogni azione”.

Anche la Katha Upanishad (I.3.14) afferma con forza l'importanza della forma umana:

“Alzatevi, svegliatevi! Avendo ottenuto la grazia [di avere questa forma umana], state attenti. La via della realizzazione spirituale è molto difficile da sormontare ed è come la lama tagliente d'un rasoio, così dicono i saggi”.

Vincent Dethier, un ben noto biologo e psicologo americano, ha affermato:

“Una delle caratteristiche che contraddistingue un essere umano da tutti gli altri esseri viventi è un forte bisogno di conoscenza per il proprio bene. Molti animali sono curiosi, ma in loro la curiosità è conseguenza di istinto all'addattamento. L'essere umano è affamato di sapere, ha il dovere di conoscere”(1).

Analogamente, Ayn Rand, una famosa scrittrice e filosofa Russa conclude nella sua opera Atlas Shrugged:

“L'essere umano non può sopravvivere se non sviluppa la conoscenza, e l'intelletto è il solo mezzo per ottenerla …. la mente dell'essere umano è lo strumento principale per la sopravvivenza … per rimanere vivo deve agire, e prima che possa agire deve conoscere la natura e lo scopo della sua azione … per poter vivere appieno deve poter pensare ...(2)”.

“Chi sono?”, “Cosa è la Verità Suprema?”, “Qual è l'origine della vita?”, “Cosa è l'esistenza?”, “Qual è la destinazione dell'anima quando il corpo muore?”. Queste sono alcune delle domande basilari su cui si interroga ciascun essere umano – consciamente o inconsciamente.

Il primo sutra dell'opera di Badarayana è quindi un'esortazione ad intraprendere la ricerca della Verità Assoluta.

(1) Dethier, V.G., To Know a Fly, Holden-Day, San Francisco, 1962.
(2) A. Rand, Atlas Shrugged, Random House, New York, 1957.

Liberamente tratto e riadattato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami pubblicato sulla tivista "Savijnanam" a cura del Bhaktivedanta Institute.

mercoledì 8 luglio 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE TERZA).
A cura di Andrea Boni.

(La Seconda Parte è consultabile QUI)

Sutra 1.1.1
Athato brahma-jijnasa

Atha - ora, atah - ordunque, brahma-jijnasa - la ricerca del Brahman
.

Ordunque [intraprendiamo] la ricerca sul Brahman(1).

Commentario Scientifico.
Questo primo, famoso sutra, ‘ordunque [intraprendiamo] la ricerca sul Brahman’, definisce subito la natura e lo scopo dell’intera opera: la ricerca e l’analisi della Verità assoluta. Il termine atha indica un momento cruciale, di passaggio; nel suo significato di ‘ora, adesso’, sottolinea l’irrimandabilità della ricerca da intraprendere, nel caso esplicito del Vedanta una ricerca spirituale, per scoprire la natura del sé, dell’universo e di Dio. Atha è un avverbio particolarmente significativo anche perché questo ora è la chiave di apertura ad una realtà superiore. I sutra sullo Yoga e sul Karmamimamsa, due dei sei darshana del pensiero classico indiano, esordiscono in maniera del tutto simile1. La persona non più condizionata dalle forze dell’energia materiale vive costantemente nel presente, un presente dilatato, senza limiti, dinamico, caratteristica del “tempo non tempo” della dimensione spirituale. L’esortazione di apertura si può dunque leggere anche come un invito esplicito al discepolo da parte del Maestro di spiccare il volo, di fare un definitivo salto di qualità e di passare, così, dalla dimensione umana a quella sovrumana o spirituale. Secondo Ramanuja e Nimbarka il termine atha, da interpretare come ‘dunque, poi’, significa “dopo l’acquisita consapevolezza del karma e dei suoi frutti”, intendendo con ciò che i frutti delle azioni, per quanto buoni, hanno comunque sempre natura limitata ed effimera; la persona saggia, avendo compreso in maniera profonda questo concetto, si dedica alla ricerca del Brahman, l’unica, suprema realtà in grado di concedere il conseguimento dell’eterna beatitudine. Per Shankara invece, atha ha il significato di “dopo l’ottenimento dei quattro prerequisiti”, che sono: il discernimento tra ciò che è eterno e ciò che è temporaneo, il rifiuto della gratificazione sensoriale, il controllo di sé e il desiderio per la liberazione. Secondo il punto di vista scientifico Vedico in totale esistono 8.400.000 specie di vita (che includono tutte le varietà di microrganismi, vegetali, animali e esseri umani) raggruppate tenendo conto di livelli simili di coscienza. Secondo questa visione la forma umana è raggiunta solo dopo aver sperimentato milioni di differenti varietà di corpi nelle varie specie. Quindi la visione vedantica implica il concetto di biodiversità come processo naturale per consentire di sperimentare la vita a differenti livelli di coscienza e quindi procedere gradualmente nella scala evolutiva passando da livelli inferiori a livelli via via superiori secondo le leggi sottili del karma. In questo senso la visione evoluzionistica del vedanta si oppone alla teoria di Darwin secondo cui l'evoluzione procede secondo canoni strettamente biologici. Le specie di vita sono degli archetipi coscienziali presenti nel progetto cosmico, e ciascun essere prenderà uno specifico corpo secondo una logica strettamente coscienziale piuttosto che biologica. E' la coscienza che evolve e che rende possibile sperimentare una particolare forma di vita piuttosto che un'altra. Questo concetto è espresso molto bene nella Bhagavad-gita (XIII.22):

Purushah prakriti-stho hi
Bhunkte prakriti-jan gunan
Karanam guna-sango 'sya
Sad-asad-yoni-janmasu

“Così l'essere vivente segue, nell'ambito della materia, i diversi modi di vita e gode delle tre influenze della natura materiale. Ciò è dovuto al contatto con questa natura. Incontra così il bene e il male nelle varie specie”.

Non è una selezione naturale o una mutazione genetica casuale la causa della biodiversità, ma una conseguenza del grado di evoluzione dello stato di coscienza. Il sé trasmigra da una specie all'altra finché viene raggiunta la forma umana, da cui è possibile fare il salto finale verso la liberazione dai condizionamenti materiali (moksha). Nella forma umana la coscienza (cetana), l'intelligenza (buddhi), la mente (manas), i sensi (indriya), sono pienamente sviluppati, e costituiscono nel loro insieme uno strumento prezioso per l'emancipazione finale. L'essere è equipaggiato adeguatamente per intraprendere il viaggio più importante dell'intera esistenza, ovvero jijnasa, la ricerca spirituale, la ricerca del Brahman. Qualcosa di simile è stato menzionato da Albert Einstein, il quale ricordava che conoscere i piani di Dio è la ricerca più importante, tutto il resto è mero dettaglio. Tale ricerca interiore porterà gradualmente a riscoprire la relazione (sambandha) che sussiste tra il sé e Dio, riscoprendo così la conoscenza più intima della vera natura ontologica di ogni essere. La Ishopanishad afferma: ishavasyamidam sarvam, tutto appartiene a Dio (Isha), perciò qualsiasi cosa, includendo il lavoro di ricerca di tutti gli scienziati e di tutti i leader mondiali, dovrebbe essere usato per riscoprire questo stretto legame e ripristinare quindi la relazione ontologica tra il Sé ed il sé. Il Bhagavata purana afferma ciò in modo molto chiaro (I.2.8):

Dharmah svanushthitah pumsam
Vishvaksena-kathasu yah
Notpadayed yadi ratim
Shrama eva hi kevalam

“Le occupazioni che ogni uomo svolge secondo la propria posizione sono sforzi inutili se non suscitano attrazione per il messaggio del Signore Supremo”.

In questo contesto le parole “Ora, ordunque”, assumono un significato decisamente importante. Esse indicano che ora, avendo raggiunto la forma umana, così difficile da ottenere e strumento davvero eccelso per la ricerca spirituale, è necessario intraprendere la ricerca del Brahman, ovvero della Verità Assoluta. Con queste parole è quindi espressa pienamente l'esortazione a prendere coscienza della illusorietà della vita e della sofferenza in essa presente. La forma umana è fatta apposta per operare un processo di emancipazione attraverso la realizzazione consapevole della transitorietà dei luccichii della natura materiale, che come pezzi di vetro luccicano e appaiono attraenti a colui che è fagocitato dal potere illusorio di maya. Oggi più che mai, anche dopo aver sperimentato un notevole progresso tecnologico, stiamo testimoniando una dimensione di forte pericolo a causa di guerre, carestie, malattie, crisi ambientale ed economica. Direttamente o indirettamente la causa di tutto ciò è una visione materialistica della vita che ha reso quasi nulli gli alti valori etico-morali quali la compassione, la misericordia, la carità, l'amore per tutte le creature, portando così ad un profondo stato di disagio globale. Il Vedanta fin dal primo sutra esorta quindi ad una presa di consapevolezza della necessità di intraprendere un percorso spirituale al fine di acquisire la piena conoscenza di sé e della Verità Assoluta oltre gli inganni della materia. In questo senso il primo sutra è un messaggio davvero importante per tutta l'umanità.

(1) Negli Yogasutra di Patanjali si esordisce con: atha yoga anushasana: "ora la disciplina dello yoga"; nei sutra del Karmamimamsa la prima esortazione è invece: athato dharma jijnasa: "ordunque, intraprendiamo lo studio del dharma".

mercoledì 1 luglio 2009

SEMINARIO ESTIVO 2009.

La Scienza della Meditazione e la Trasformazione evolutiva della Personalità.

Lo studio dei poteri psichici e delle percezioni extrasensoriali (parapsicologia) attraverso l'analisi del Vibhuti Pada di Patanjali, in confronto con la Bhagavad-gita e altri testi della cultura indovedica.

Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.

Dove: Villa Vrindavana - Via degli Scopeti 106/108, San Casciano Val di Pesa (FI).

Quando: Dal 27 Luglio al 4 Agosto 2009.



Per approfondimenti: 'LA SCIENZA DELLA MEDITAZIONE'.

lunedì 29 giugno 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE SECONDA).
A cura di Andrea Boni.

(La Prima Parte è consultabile QUI)

Le cinque verità descritte nel Vedantasutra.
Il Vedantasutra descrive cinque verità (tattva), o realtà- Esse sono(1):

1.Ishvara (il Sé cosmico)
2.Jiva (il sé individuale)
3.Prakriti (materia)
4.Kala (tempo)
5.Karma (azione)

Di queste le potenze di Ishvara sono infinite, mentre quelle del Jiva sono parziali. Tuttavia entrambe le realtà ontologiche sono eterne, e hanno come loro attributi conoscenza (Sat), coscienza (Cit), e beatitudine (Ananda). La coscienza non può essere separata dal Sé cosmico, come la luminosità non può rivelare la propria forma, è altresì un attributo del Sé Supremo stesso; così non c’è conflitto nell’affermazione che Dio (il Sé) è pura coscienza e allo stesso tempo la coscienza è un attributo del Sé.

Ishvara è considerato come l'origine di qualsiasi cosa animata ed inanimata, ed è la causa di tutte le cause (sarvakaranakaranam). E' il Controllore Supremo, e Colui da cui si diparte qualsiasi movimento di tutta la manifestazione cosmica. E' la Coscienza Universale ed è oltre la percezione sensoriale. Tuttavia la Sua presenza è visibile nell'effetto (il prodotto) della Sua creazione. Il ben noto fisico Max Born dichiarò: “Nell'atomo ho visto la chiave dei segreti più profondi della natura, e mi ha rivelato la grandezza della creazione e del creatore”. E' l'Eterno tra tutti gli eterni, e la Coscienza suprema tra tutte le coscienze (nityo nityanam cetanascetanam – Katha Upanishad, 2.2.13) e può essere compreso solo con la Scienza del Bhakti Yoga, la via devozionale, come espresso anche in Bhagavad Gita XVIII.55:

Bhaktya mam abhijanati
yavan yash casmi tattvataha
tato mam tattvato jnatva
vishate tad-anantaram

“Soltanto col servizio devozionale è possibile conoscere Me, il Signore Supremo, così come sono. E quando si diventa pienamente coscienti di Me grazie a questa devozione si può entrare nel regno di Dio”.

Ciò è peraltro confermato dal fatto che l'obiettivo del Vedanta è proprio il servizio devozionale, come specificato da Bhaktivedanta Saraswati nel suo testo “The Vedanta, its Morphology and Ontology”.

L'essere individuale, il jiva, è anche chiamato atman. Qualsiasi essere vivente è un jiva, l'atman è infatti l'elemento centrale della personalità. In altre parole tutti i microorganismi, gli insetti, gli esseri viventi acquatici, le piante, i rettili, gli uccelli, e così via fino ad arrivare agli esseri umani, hanno come fondamento della personalità l'atman. Il Vedanta afferma con rigore scientifico e filosofico che non solo gli esseri umani sono dotati di questa scintilla divina che sta alla base di tutta la struttura psico-fisica, ma qualsiasi forma vivente. In questo senso il Vedanta fornisce una prospettiva unica rispetto ad altre visioni scientifiche o teologiche. Nella Bhagavad Gita XV.7 è detto:

Mamaivamsho jiva-loke
jiva-bhutah sanatanaha
manah-shashthanindriyani
prakriti-sthani karshati

“Gli esseri viventi, in questo mondo di condizioni, sono miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente”

Ciò significa che tutti gli esseri sono particelle eterne e coscienti di Ishvara. Tuttavia la differenza tra Ishvara e i jiva, risiede nel fatto che la Coscienza di Ishvara, il Sé Supremo, è onnipervadente e illimitata, mentre quella del jiva, sebbene della stessa qualità, è localizzata e limitata in potenza. E' un po' come la differenza che sussiste tra il fuoco e la scintilla di brace che scaturisce da esso: sebbene dalla scintilla venga emanata luce e calore, tali attributi non posso dirsi della stessa ampiezza del fuoco da cui la scintilla di brace ha origine. Nelle parole di Shrila Bhaktisiddhanta Sarasvati Thakura, grande Maestro della tradizione Gaudiya-Vaishnava, Ishvara è assolutamente infinito, mentre il jiva è assolutamente infinitesimale. Il sé individuale ha la stessa qualità spirituale del Sé Supremo, ma la sua capacità è limitata.

Oggi, talvolta, come conseguenza dei notevoli progressi scientifici, leggiamo che gli scienziati della bioingegneria o della biotecnologia giocano a prendere il posto di Dio. Inoltre, anche studiando la storia, vediamo come si siano manifestate grandi personalità ritenute nel loro campo dei veri e propri geni, come ad esempio Mozart, Michelangelo, Tagore, Gandhi, Einstein, e tanti altri. Essi sono visti come piccole entità divine, ma nessuno di loro, sebbene molto intelligente, può essere considerato Dio. Oltre a ciò, ciascun essere vivente, malgrado la sua ontologica unione con il Sé superiore, mantiene la sua individualità ed identità rimanendo al tempo stesso unito e separato dal Sé. Questo è il vero significato di biodiversità. Inoltre il Vedanta spiega che la materia (prakriti), per quanto complessa possa essere, non genererà mai la coscienza, il principio attivo della vita stessa. Quindi, nella prospettiva Vedantica il significato di “vita” è piuttosto differente da quello formulato dalla visione scientifica occidentale, anche perché la scienza moderna, di fatto, non ha ancora fornito una teoria soddisfacente circa l'origine della coscienza.

I concetti di tempo (kala) e spazio sono estremamente importanti sia nella tradizione del Vedanta che in quella scientifica. Secondo una prospettiva accademico-occidentale il tempo ha avuto inizio al momento del big-bang, momento in cui ha avuto inizio la manifestazione dell'Universo.

Secondo il Vedanta, invece, kala non ha inizio. E' eterno ed è l'aspetto impersonale del Sé Supremo. Krishna dice nella Bhagavad Gita: “Io sono il tempo (kalo 'smi)” (XI.32). Quindi secondo questa prospettiva il tempo non ha inizio e non ha fine, è una realtà ontologica, e tutto l'Universo materiale si è manifestato come conseguenza di una “big-vision” piuttosto che di un “big-bang”. La manifestazione del mondo fenomenico ha un inizio ed una fine, e questa è proprio una caratteristica della natura materiale. Proprio come i corpi degli esseri viventi hanno un inizio ed una fine, così sussiste un ciclo di creazione e annientamento senza fine, che si protrae da sempre proprio come il cambio delle stagioni. La cosmogonia Vedantica propone una visione particolare relativamente alla creazione della manifestazione materiale. E' una visione fortemente simbolica che ha le sue radici nel mito, e racchiude per questo una Verità oltre il piano razionale e quindi difficilmente comprensibile secondo la logica cui siamo abituati. D'altra parte quello simbolico è il linguaggio più consono per rapportarsi con Verità che vanno oltre l'esperienza sensoriale. Secondo tale visione l'universo ha origine come atto creativo di Brahma, il primo essere (jiva) creato. Brahma in effetti è considerato il demiurgo universale, colui che, investito da Vishnu stesso, crea sulla base degli elementi primordiali da Lui messi a disposizione. Tali elementi sono proprio quelli enunciati dalla Filosofia Samkhya. Brahma non è eterno. Anche lui “muore”, solo che i tempi sono decisamente più dilatati rispetto all'esperienza umana. Un giorno di Brahma è chiamato kalpa, e un kalpa consiste di mille cicli di quattro yuga (ere) chiamate rispettivamente: Satya, Treta, Dvapara, e Kali. Lo stesso numero caratterizza la notte di Brahma. Brahma vive cento di anni così formati, dopo di che muore. Con la sua morte si annienta la manifestazione materiale, che torna al suo stato non manifesto (avyakta). La nuova manifestazione darà vita ad un nuovo ciclo universale. Ogni creazione, quindi, non è ex nihilo, bensì trasformazione di una energia ontologica, la prakriti appunto, che nel suo stato non manifesto prende il nome di pradhana. L'era nota come Satyayuga dura 1.728.000 anni; Tretayuga termina dopo 1.296.000 anni; dvaparayuga dopo 864.000 anni, mentre Kaliyuga dopo 432.000 anni. Pertanto cento anni di Brahma corrispondenti alla durata dell'intera manifestazione cosmica, equivalgono a 311 trilioni e 40 bilioni di anni così come concepiti dall'essere umano. Secondo la cosmologia Vedantica, quindi, l'Universo nasce con l'apparizione di Brahma, che al tempo presente ha un'età di circa 50 anni (secondo quanto riportato in Shrimad Bhagavatam III.11.34).

In sostanza, la scala temporale della cosmogonia Vedica è un ordine di 104 volte più alto rispetto alla cosmogonia occidentale. Come specificato, la creazione e l'annientamento degli universi materiali procede ciclicamente da sempre, ed è opera di un'espansione dell'Essere Supremo, come specificato in Shrimad Bhagavatam I.2.1.

La materia (prakriti) è l'energia esterna della Coscienza Suprema (bahiranga shakti) ed è priva di coscienza; per questo è anche detta “energia inferiore”. Gli esseri individuali (i jiva) sono invece parte dell'energia superiore (e per questo tale energia viene detta energia marginale o tatashtha shakti), e quindi sono dotati di coscienza. La materia ha come componenti principali i guna, le tre caratteristiche della materia (tamas, rajas, sattva), che “ricoprono” la coscienza pura del jiva, e rendono così la coscienza “condizionata” a vari livelli secondo il suo grado di evoluzione. Nei microorganismi, ad esempio, pur essendo dotati di coscienza, a causa del condizionamento forte indotto dalle influenze della natura materiale, il grado di “copertura” è tale che la coscienza non si manifesta nel pieno delle sue potenzialità come potrebbe invece avvenire in una forma più evoluta. Poiché la Scienza Occidentale è quasi esclusivamente immersa nello studio della materia secondo un approccio positivista che limita l'accesso ad una visione più ampia del fenomeno coscienza, tale elemento non è di fatto ancora noto nei suoi aspetti più profondi, ma solo in quelli più superficiali, come l'apprendimento, la percezione, ecc., che costituiscono gli effetti manifesti della coscienza, ma non la coscienza in sé. Ne tanto meno sono note le cause dei processi cognitivi di un essere vivente. Secondo il Vedanta, la coscienza non è un prodotto cerebrale, ossia non è una funzione del cervello. Anzi il cervello è considerato come uno strumento in cui la coscienza può operare ed in cui si manifestano gli effetti. La coscienza intesa come energia, arriva direttamente dal sé, e si manifesta poi secondo i diversi gradi di sviluppo evolutivo dell'essere.

La natura materiale, essendo non cosciente, non è indipendente, ma opera secondo la direzione della Coscienza Suprema, come affermato anche in Bhagavad Gita IX.10:

Mayadhyakshena prakritih
suyate sacaracaram
hetunanena kaunteya
jagad viparivartate


“La natura materiale, che è una delle Mie energie, agisce sotto la Mia direzione, o figlio di Kunti, generando tutti gli esseri, mobili e immobili. Secondo le sue leggi questa manifestazione è creata e annientata in un ciclo senza fine”

Anche la natura materiale è una realtà ontologica, sebbene possa trovarsi in uno stato non-manifesto (avyakta) tra un ciclo in cui è reso manifesto l'universo fenomenico ed il successivo. Nel Vedanta è quindi chiamata aparaprakriti, o energia inferiore.

Qualsiasi attività del singolo essere vivente è chiamata karma, azione. Ogni essere vivente è soggetto all'azione, è impossibile esserne esenti, come specificato da Krishna in Bhagavad Gita III.5:

Na hi kashcit kshanam api
jatu tishthaty akarma-krit
karyate hy avashah karma
sarvah prakriti-jair gunaih

“Tutti gli uomini sono inevitabilmente costretti ad agire secondo le tendenze acquisite sulla base delle influenze della natura materiale; perciò nessuno può astenersi dall'agire, nemmeno per un istante”.

Tutti gli esseri sono quindi soggetti all'azione, godendo o soffrendo dei relativi frutti e questo perdura da tempo immemorabile. Il karma ha una stretta connessione con il libero arbitrio dell'individuo. Fin tanto che l'essere è incapsulato nella forma vegetale o animale, è soggetto a profonde e radicate forze cosmiche che lo spingono in modo naturale a salire nella scala evolutiva coscienziale, ma una volta raggiunta la forma umana il libero arbitrio è pienamente operante ed influenza il progredire o regredire. In questa forma la catena del karma può finalmente essere spezzata definitivamente attraverso una scelta attenta della modalità con la quale si persegue l'azione. Nel Vedanta, inoltre, sono fornite tutte le risposte alle apparenti contraddizioni ed ingiustizie che si evidenziano nel mondo materiale perché l'informazione del karma resta accuratamente memorizzata ed è pronta a dare i suoi effetti quando giunta ad una opportuna maturazione (karma vipaka).

In definitiva il karma non è eterno. Possiamo modificare gli effetti indirizzando opportunamente il libero arbitrio, e ciò è funzione del livello di conoscenza del soggetto. Una conoscenza non teorica (jnana) ma realizzata (vijnana) del concetto di azione e delle sue conseguenze.

(1) Quanto segue è liberamente tratto, riadattato ed integrato dall'articolo: “Human Life and Evolution of Consciousness”, T.D. Singh, pubblicato nel 2002 sul Vol. 1 della rivista Savijnanam, a cura del Bhaktivedanta Institute.